Lettera ai Romani: Capitolo 1: vv 1-32_ Samuel Simoni

Oggi cominciamo la lettera di Paolo ai Romani, e come Emanuele ci ha insegnato con Ebrei, sappiamo quando l’abbiamo cominciata ma non sappiamo quando la finiremo. Ma allora la domanda è: perché studiare la lettera ai Romani? Perché imbarcarsi in questa impresa e addentrarsi in questi 16 capitoli?

 

Questa lettera in particolare ha cambiato il corso della storia dell’umanità e la storia di tante vite, perché attraverso i versetti di Romani per esempio Luterò comprese il messaggio centrale che questa lettera porta come un diadema, cioè che la giustificazione si ottiene solo attraverso la fede. Infatti, uno dei versetti centrali di Romani è 1:17 “Il giusto per fede vivrà”.

Questa consapevolezza lo porta a dire:

Questa lettera [ai Romani] è davvero il pezzo più importante del Nuovo Testamento. È Vangelo allo stato puro. Vale la pena per un cristiano non solo memorizzarla parola per parola, ma anche occuparsene quotidianamente, come se fosse il pane quotidiano dell’anima. È impossibile leggere o meditare troppo o troppo bene questa lettera. Più ci si dedica ad essa, più diventa preziosa e ha un sapore migliore.

Hans Kung, teologo, presbitero e saggista svizzero disse:

L’epistola ai romani è una sintesi estremamente importante di tutta la teologia di San Paolo

 

È stato detto anche che se il Nuovo Testamento fosse l’Himalaya, la Lettera ai Romani di Paolo sarebbe il Monte Everest.

La lettera ai Romani è la vetta del nuovo testamento da cui si può ammirare il panorama biblico con tutte le sue sfaccettature e permette di capire il cuore del Vangelo e le sue conseguenze per la vita dell’uomo. Anche se la scalata forse è un po’ difficoltosa, perché non è facilissimo capire certi passaggi scritti da Paolo, arrivati in cima la vista è mozzafiato sulla visione ampia della teologia cristiana fornita dalla lettera ai Romani. In essa troviamo le parole del nostro vocabolario come cristiani quali: giustizia, fede, salvezza, Spirito Santo, redenzione, ma anche opere, carne, legge, ira e giudizio. Nella lettera non troviamo solo ogni parola che ho menzionato, la quale ha un suo significato profondo che concorre a spiegarci il Vangelo, ma anche applicazioni pratiche che sfociano da questi concetti meravigliosi, le quali possono cambiare la nostra prospettiva come credenti. La lettera ai Romani ha cambiato vite e ha cambiato anche la storia, e prego che questo possa essere vero anche per noi, perché una volta completata la scalata non scendiamo dal monte uguali a come eravamo prima.

 

1 Paolo, servo di Cristo Gesù, chiamato a essere apostolo, messo a parte per il Vangelo di Dio, 2 che egli aveva già promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sante Scritture 3 riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, 4 dichiarato Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità mediante la risurrezione dai morti; cioè Gesù Cristo, nostro Signore, 5 per mezzo del quale abbiamo ricevuto grazia e apostolato perché si ottenga l’ubbidienza della fede fra tutti gli stranieri, per il suo nome – 6 fra i quali siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo – 7 a quanti sono in Roma, amati da Dio, chiamati santi, grazia a voi e pace da Dio nostro Padre, e dal Signore Gesù Cristo.

8 Prima di tutto rendo grazie al mio Dio per mezzo di Gesù Cristo riguardo a tutti voi, perché la vostra fede è divulgata in tutto il mondo. 9 Dio, che servo nel mio spirito annunciando il Vangelo del Figlio suo, mi è testimone che faccio continuamente menzione di voi 10 chiedendo sempre nelle mie preghiere che in qualche modo finalmente, per volontà di Dio, io riesca a venire da voi. 11 Infatti desidero vivamente vedervi per comunicarvi qualche dono, affinché siate fortificati; 12 o meglio, perché quando sarò tra di voi ci confortiamo a vicenda mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io.

13 Non voglio che ignoriate, fratelli, che molte volte mi sono proposto di recarmi da voi (ma finora ne sono stato impedito) per avere qualche frutto anche tra di voi, come fra le altre nazioni. 14 Io sono debitore verso i Greci come verso i barbari, verso i sapienti come verso gli ignoranti; 15 così, per quanto dipende da me, sono pronto ad annunciare il Vangelo anche a voi che siete a Roma.

16 Infatti non mi vergogno del Vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede; del Giudeo prima e poi del Greco; 17 poiché in esso la giustizia di Dio è rivelata da fede a fede, com’è scritto: «Il giusto per fede vivrà».

18 L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l’ingiustizia; 19 poiché quel che si può conoscere di Dio è manifesto in loro, avendolo Dio manifestato loro; 20 infatti le sue qualità invisibili, la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo, essendo percepite per mezzo delle opere sue; perciò essi sono inescusabili, 21 perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato come Dio, né lo hanno ringraziato; ma si sono dati a vani ragionamenti e il loro cuore privo d’intelligenza si è ottenebrato. 22 Benché si dichiarino sapienti, sono diventati stolti, 23 e hanno mutato la gloria del Dio incorruttibile in immagini simili a quelle dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili.

24 Per questo Dio li ha abbandonati all’impurità, secondo i desideri dei loro cuori, in modo da disonorare fra di loro i loro corpi; 25 essi, che hanno mutato la verità di Dio in menzogna e hanno adorato e servito la creatura invece del Creatore, che è benedetto in eterno. Amen.

26 Perciò Dio li ha abbandonati a passioni infami: infatti le loro donne hanno cambiato l’uso naturale in quello che è contro natura; 27 similmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono infiammati nella loro libidine gli uni per gli altri commettendo uomini con uomini atti infami, ricevendo in loro stessi la meritata ricompensa del proprio traviamento.

28 Siccome non si sono curati di conoscere Dio, Dio li ha abbandonati in balìa della loro mente perversa sì che facessero ciò che è sconveniente; 29 ricolmi di ogni ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di contesa, di frode, di malignità; 30 calunniatori, maldicenti, abominevoli a Dio, insolenti, superbi, vanagloriosi, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, 31 insensati, sleali, senza affetti naturali, spietati. 32 Essi, pur conoscendo che secondo i decreti di Dio quelli che fanno tali cose sono degni di morte, non soltanto le fanno, ma anche approvano chi le commette.

 

Paolo scrive questa lettera ai credenti di Roma, convertiti di recente, per diversi scopi: uno era per prepararli al suo arrivo per fargli visita prima di recarsi in Spagna. Siccome non li aveva mai incontrati di persona, Paolo voleva andarli a trovare per un beneficio spirituale reciproco e soprattutto per incoraggiarli a perseverare nella fede. Inoltre, Paolo nei primi capitoli di questa lettera vuole anche gettare delle basi solide per una corretta visione del piano di Dio per i gentili e giudei e per una solida dottrina cristiana resistente alle intemperie dottrinali portate dai falsi dottori e apostoli. Nei capitoli successivi Paolo esorta i credenti a consacrarsi a Dio, a comportarsi secondo la sua volontà verso le autorità e soprattutto tra di loro, tenendo sempre bene a mente che è per fede che i credenti sono salvati ed è per fede che vivono la propria vita e operano. Infatti, al tempo l’imperatore Claudio aveva espulso i giudei da Roma, tra cui anche i giudei che credevano in Gesù e che appartenevano alla chiesa di Roma. Cinque anni dopo i giudei ebbero il permesso di tornare a Roma e trovarono una chiesa formata solo da credenti ex-pagani e questo probabilmente creò alcune tensioni tra i fratelli. Le tensioni riguardavano tutte le pratiche differenti che li distinguevano, tra cui la circoncisione, l’osservanza del sabato, i cibi, ecc.. La lettera è un’esplorazione del Vangelo a tutto tondo e si può dividere così: i capitoli 1-4 riguardano la giustizia di Dio, i capitoli 5-8 riguardano la creazione di una nuova umanità, quelli da 9 a 11 riguardano l’adempimento delle promesse di Dio a Israele e infine i capitoli 12 a 16 riguardano l’unificazione della chiesa su aspetti controversi.

Paolo comincia subito questa lettera con la sua introduzione, presentando se stesso come apostolo dedito al servizio dell’evangelizzazione verso i Gentili (i non appartenenti al popolo d’Israele). Paolo in pochissime righe spiega che la buona notizia Dio l’aveva già preparata da tempo e si possono trovare, non solo delle tracce, ma dei veri e propri solchi dell’ evangelo nell’AT. Esempi lampanti son Isaia 53, detto il protoVangelo, ma ancora prima in Genesi quando Dio prepara le pellicce per Adamo ed Eva, promettendo che la discendenza di lei schiaccerà il capo al serpente, tutto il libro di Levitico che ci conduce attraverso innumerevole regole stabilite per i sacrifici animali i quali dovevano togliere il peccato, ecc.. e potremmo stare qui interi giorni a elencare le luci di speranza che Dio ha dato all’uomo e che si trovano in tutto l’AT.

La buona notizia, dice Paolo, è che sarebbe venuto il salvatore a liberare il proprio popolo e non solo, anche che questa salvezza avrebbe raggiunto i gentili. Il salvatore sarebbe stato un discendente del re Davide nella carne, cioè nella sua totale umanità, e al tempo stesso è stato confermato nella sua divinità e perfezione da parte di Dio attraverso la risurrezione dai morti (vs1-4). Il nome di questo salvatore è Gesù Cristo ed è per mezzo di lui che abbiamo ricevuto grazia, come quella che un giudice elargisce a un condannato. E non solo abbiamo ricevuto grazia, ma anche il mandato di raccontare questo Vangelo agli stranieri, a coloro che non credono, perché solo per mezzo dell’annuncio del Vangelo creduto per fede, le persone si convertiranno a Dio.

Nei versetti successivi, dal 13 al 17, Paolo spiega più nel dettaglio la sua chiamata e il peso di un debito che effettivamente tutti dovremmo sentire sul cuore. Infatti Paolo presenta il Vangelo come un debito di amore nei confronti del prossimo, verso gli stranieri, istruiti o meno, indipendente dallo status sociale e dalla loro nazionalità. Paolo ha la franchezza nell’annunciare questo Vangelo potente perché dice al versetto 16 “non mi vergogno del Vangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede..”. Di solito non mi addentro in regole linguistiche perché non sono la persona adatta, però questo passaggio è cruciale nella lettera ai Romani e va sottolineato che Paolo qui usa una figura retorica detta “litote”, cioè afferma esattamente l’opposto di quello che dice per enfatizzare il concetto. Paolo dice che non si vergogna del Vangelo per in realtà affermare con forza che si gloria di esso. Paolo vuole trasmettere in modo potente che il Vangelo è glorioso ed è l’espressione massima della potenza di Dio, perché attraverso la buona notizia Dio salva quello che sembrava insalvabile, cioè l’uomo peccatore lontano da Lui. E questo Vangelo è stato ed è trasmesso da fede a fede. Da 2000 anni una catena ininterrotta di persone ha portato come una fiaccola nel corso della storia una potente luce e come a figurare una staffetta il Vangelo si è propagato da credente a credente, da fede a fede. Paolo quindi chiarisce subito che questa buona notizia va trasmessa e l’unico modo che ha per propagarsi è da persona a persona.

Questo passaggio cruciale di Romani si conclude con una citazione dell’AT, e più precisamente di Abacuc 2:4. Ecco che l’AT in 5 parole annuncia con potenza il piano di salvezza dell’uomo centinaia di anni prima della venuta del salvatore. Questo è uno dei versetti cardine di tutta la lettera. In 5 parole è condensato il piano di Dio per la salvezza dell’uomo ed è alla base dell’argomentazione teologica di Paolo dei prossimi capitoli: cioè che l’uomo sarà reso giusto solo attraverso la fede in Cristo e non attraverso le opere della legge. Il giusto non sarà salvato e non “vivrà” per le opere, perché è bravo, perché si è impegnato a fare il bene, ma questo uomo giusto vivrà perché ha fede. Ma cos’è la fede? 

 

Ebrei 11:1: “Ora la fede è la certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono.”

Questa è la definizione biblica e nella pratica la fede è l’abbandonarsi totalmente a Dio. È più che credere nell’esistenza di un creatore ma è dire “Dio ti voglio conoscere e mi abbandono a te” sapendo che verremo resi tra le sue braccia. La fede è credere in modo incrollabile nelle promesse di Dio anche se non ne vediamo ancora la realizzazione concreta e visibile (fede di Abramo). E non parlo solo delle promesse espresse da Dio in modo esplicito ma parlo anche di quello che Dio è.

Quando la donna cananea della regione delle città straniere di Tiro e Sidone chiese a Gesù di guarire la propria figlia, Gesù rispose «Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d’Israele.. Non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini»  e la donna replicando disse «Dici bene, Signore, eppure anche i cagnolini mangiano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le disse: «Donna, grande è la tua fede; ti sia fatto come vuoi». Cosa vuole dire “grande è la tua fede”? Aveva forse Gesù promesso di guarire in qualche modo la figlia non israelita in modo che la madre potesse credervi? Tutt’altro. La donna contro ogni istinto di conservazione e intuizione umana, si era aggrappata alla persona stessa di Gesù, al suo carattere, si è appellata alle qualità di Dio per essere esaudita. È così che nei miei anni da credente ho inteso la fede in Dio. Aggrapparsi a Dio e allo stesso tempo abbandonarsi a Lui e alle sue promesse, in questa apparente contraddizione di gesti, c’è la rappresentazione di una speranza certa e di una dimostrazione tangibile di realtà invisibili agli occhi umani.

La parola fede intesa nel contesto di Abacuc significava fede anche strettamente connessa alla costanza, quindi a una fede continuativa, salda, che non cambia con il trascorrere del tempo e che non muta in base alle circostanze. La fede di cui parla Paolo è una fede che vincerà sempre la tentazione di vivere e ottenere il favore di Dio con le opere, ma che, come commenterà Giacomo nella sua lettera, è la fede vera e genuina da cui le opere scaturiscono come naturale conseguenza. La fede e le opere sono quindi agli opposti e non si sovrappongono.

Dopo averci spiegato il succo delle sua lettera, Paolo dal versetto 18 e nei successivi capitoli (da 1 a 4) comincia ad aprire lo sguardo verso un quadro più generale sulla giustizia di Dio e la condizione dell’uomo, sia esso giudeo o gentile, e sulla salvezza che egli può ottenere attraverso la fede. In particolare, nel capitolo 1 vediamo un ritratto dell’umanità, in particolare appartenente al mondo pagano, piuttosto spiacevole. Qui Paolo fa sì riferimento ai pagani, ma come vedremo nei versetti successivi questo si applica benissimo alla condizione generale dell’uomo lontano da Dio. In questo capitolo Paolo rifacendosi al racconto della creazione di Genesi ci mostra come l’uomo ha capovolto sottosopra l’ordine creazionale di Dio.

La storia che ci racconta Paolo comincia con un Dio adirato, ma non arrabbiato in modo incontrollato, qui si tratta di un’ira che, seppur in qualche modo distorto, possiamo provare anche noi davanti a una gigantesca ingiustizia e anche davanti al soffocamento e alla repressione della verità. L’ira di Dio nasce in primo luogo dalla sua natura perfetta e giusta, perché nonostante l’uomo fosse lontano da Lui, Dio si è fatto conoscere nella sua essenza divina attraverso la creazione e l’uomo ha rifiutato di conoscerlo. Infatti come dice al vs 20 Paolo, le qualità invisibili di Dio sono state percepite con i sensi e con l’intelletto dall’uomo. L’uomo è stato messo nelle condizioni da Dio di capire con la mente e attraverso le cose visibili della creazione di avere bisogno di un collegamento con il proprio Creatore.

Come sapete, nella nostra chiesa c’è un gruppo che si chiama Christian Academics, ed è un gruppo fondato da professori universitari anglosassoni credenti. In particolare, nel nostro gruppo di Pisa parliamo in parte anche di questo, e cioè di come il mondo che ci circonda ci racconta di Dio. Esistono moltissime argomentazioni rigorose e razionali a favore dell’esistenza di Dio che fanno proprio leva sulla realtà che ci circonda, perché Dio stesso ha messo a disposizione di tutti gli uomini questi elementi e come credenti dovremmo poter almeno in parte aiutare le persone a riflettere che quello che ci circonda punta verso un Creatore e Signore. Quando vediamo il cielo stellato, un panorama mozzafiato, un tramonto meraviglioso, quando i fisici scoprono le leggi dell’universo, così belle ed eleganti, quando la bellezza di ciò che ci circonda ci colpisce, l’uomo domandandosi qual è la sorgente di tutto questo è già sulla strada che porta a conoscere Dio. Sono innumerevoli le testimonianze storiche di persone che in tutte le epoche hanno cercato di capire se dietro il mondo visibile esista una realtà invisibile, un qualcuno o qualcosa che abbia creato l’universo e lo governi.

Paolo fa anche riferimento al vs 19 che quello che si può conoscere di Dio è manifestato anche dentro l’uomo. Noi siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio e portiamo in modo intrinseco l’impronta di Dio. Infatti, l’uomo possiede delle caratteristiche radicali e profondamente diverse rispetto al resto del creato, le quali sono espressione di Dio: l’uomo ha una mente, usa l’intelletto, l’uomo parla, l’uomo compone poesie, sonetti, fa musica, fa speculazioni, immagina, ha sogni nel cassetto, l’uomo balla, fa matematica, ha una ricchissima storia, ama la cultura e la ricerca del bello, l’uomo costruisce e inventa. Ma sopra tutte queste caratteristiche, io penso che la moralità sia la più lampante firma del Creatore dentro di noi. Abbiamo una coscienza che rispecchia il  carattere morale di Dio e come Paolo dirà nei capitoli successivi questa coscienza ci parla e quando l’ascoltiamo ci fa adempiere in parte in modo naturale la legge. Si può riassumere questo tutto discorso usando le famosissime parole di Kant che dice:

«Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me»

L’uomo nonostante la testimonianza di Dio che gli viene da quello che lo circonda e quello che è dentro di lui, si è rifiutato di cercare un rapporto con il Creatore e per questo si è dato all’idolatria. E Paolo prende come esempio massimo l’idolatria pagana fatta di culti orgiastici, caratterizzati da fornicazione sfrenata di ogni tipo e adorazione di immagini di divinità con sembianze di animali. Paolo parla senza mezzi termini di riti e cerimonie condivise in modo trasversale dai culti pagani di innumerevoli culture, che si svolgevano soprattutto durante i cambi di stagionalità o comunque periodi dell’anno precisi.

E l’autore della lettera confronta proprio il resoconto della creazione dei primi capitoli di Genesi con i vs 23 parlando di “di uccelli, di quadrupedi e di rettili” andando a sottolineare che si è ribaltato totalmente l’ordine creazionale stabilito da Dio dove l’uomo ha preferito adorare la creazione e non solo l’uomo stesso ma anche gli animali. Nondimeno, Paolo ci dice che non siamo stati creati per avere rapporti tra persone dello stesso sesso, usando qui dei termini in greco che indicano proprio che Dio ha progettato e pensato solo il rapporto tra un uomo e una donna (vs26-27). Dio ha stabilito nella sua creazione che un uomo e una donna si uniscono in matrimonio e diventano una sola carne, dove la sessualità è stata concepita da Dio solo all’interno di questo matrimonio. Tutto ciò che non aderisce a questo piano è una distorsione. L’uomo ha ribaltato tutto ciò, sdoganando il sesso fuori dal matrimonio e rapporti tra persone dello stesso sesso, distorcendo completamente ciò che Dio aveva stabilito nella sua creazione.

E secondo Paolo il problema di fondo è proprio aver respinto Dio, quando l’uomo aveva tutti gli elementi per cercarlo e per avere un rapporto con lui. L’idolatria nasce come conseguenza della decisione interiore dell’uomo di escludere Dio, dicendogli “io non ti voglio nella mia vita”. L’idolatria è conseguenza della frase “Dio stai lontano da me, non voglio avere a che fare con te”. Il problema è che noi siamo stati creati per avere un rapporto con Dio dal quale scaturisce adorazione e se escludiamo Dio si genera un vuoto profondo e questo vuoto viene automaticamente riempito dal resto. Automaticamente l’uomo ha cominciato ad adorare altri uomini e animali. Quando escludiamo Dio da alcuni ambiti della nostra vita, questi vengono riempiti da idoli che adoriamo e che ci rendono stolti.

E come si manifesta l’ira di Dio di cui parlava Paolo? Per tre volte (vs 24, 25, 28) viene ripetuta la frase “per questo Dio li ha abbandonati” e in cosa li ha abbandonati?

Vs 24 “desideri dei loro cuori”; vs 25 “a passioni infami”; vs 28 “in balia della loro mente perversa”.

Il giudizio di Dio verso l’uomo consiste nell’abbandonare l’uomo a ciò che l’uomo più desidera lascandolo in balia delle inclinazioni più basse del suo cuore. L’uomo desidera escludere volontariamente Dio dalla propria vita dando uno schiaffo alla mano tesa del Creatore e Dio come giudica? Assecondando la decisione dell’uomo di voler essere il proprio dio, facendolo affondare lentamente nel putridume del proprio cuore e delle proprie inclinazioni perverse di ogni tipo e non solo sessuali come vedremo nei versetti successivi.

Dall’altra parte non dobbiamo pensare che Paolo ci presenti questo primo capitolo condannando solo atti sessuali tra persone dello stesso sesso, infatti qui l’autore parlando prima di tutto di un contesto idolatra, al vs 29 dà un quadro completo dell’uomo che vive senza Dio. L’uomo lontano dal suo Creatore è strabordante di “ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di contesa, di frode, di malignità; 30 calunniatori, maldicenti, abominevoli a Dio, insolenti, superbi, vanagloriosi, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, 31 insensati, sleali, senza affetti naturali, spietati”. Tutti in un modo o nell’altro siamo presi in causa e siamo stati citati qui.

L’uomo che ha deciso di sputare in faccia al Creatore non può che essere descritto in questo modo. L’uomo lontano dalla sorgente pura di Dio non può fare altro che buttare fuori marciume e immondizia. E qui Paolo menziona una situazione disastrosa, dove i rapporti nella società e nelle famiglie sono completamente devastati.

Quando Dio è assente c’è il buio più totale nella vita dell’uomo e non esiste più una restrizione morale che impedisce di comportarci come il nostro cuore lontano da Lui desidera. Anche nella nostra vita quando siamo lontani da Dio non può che essere una tragedia perché noi non siamo stati fatti per stare lontano da Lui.

Carissimi, non dobbiamo commettere lo stesso errore del versetto 28 nel quale viene detto che l’uomo non si è curato di conoscere Dio e per questo è caduto in balia dell’idolatria e del suo cuore malvagio senza freni. Dobbiamo imparare da questo che è di vitale importanza per la nostra vita curarsi di conoscere Dio sempre di più e di dargli sempre più spazio, distruggendo tutti gli idoli sciocchi che riempiono la nostra vita e che hanno preso il posto del Creatore. Siamo fatti per adorare, non gli idoli, ma il Creatore che è benedetto in eterno.

 

Conclusioni

Alla luce di quello che abbiamo detto, Dio poteva fermarsi qua. L’abbiamo rifiutato fin da subito nell’Eden escludendolo dalla nostra vita, ma Dio ha comunque cercato l’uomo in varie forme, attraverso la sua creazione, la testimonianza della nostra coscienza e aveva come obiettivo portare avanti una testimonianza ancora più diretta attraverso il popolo d’Israele e i suoi profeti. Ma l’uomo imperterrito ha continuato a persistere nel rifiuto di Dio, nell’esclusione di Dio dalla propria vita. Ma Dio, spinto dal suo amore incondizionato e profondo per l’uomo, aveva un piano glorioso, cioè di farsi conoscere attraverso Cristo Gesù in modo diretto e personale.

Come ci descrive Paolo all’inizio della sua lettera, Dio si è rivelato in un modo straordinario e unico attraverso la persona di Cristo Gesù. Egli è venuto nel mondo e ci ha fatto conoscere il Padre e ci ha mostrato attraverso la croce quale sia il vero significato che “il giusto per fede vivrà”, cioè che l’uomo, anche quello descritto nel capitolo 1 in tutta la sua bassezza, può essere dichiarato giusto solo attraverso la fede in Gesù. Questo capitolo piuttosto oscuro sulla natura umana corrotta in realtà è illuminato nelle premesse iniziali della lettera le quali annunciano il Vangelo in tutta la sua gloria.

 

 

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