Romani 10 | O Cristo o le opere #11 | Samuel Simoni

 

Romani 10

1 Fratelli, il desiderio del mio cuore e la mia preghiera a Dio per loro è che siano salvati. 2 Io rendo loro testimonianza infatti che hanno zelo per Dio, ma zelo senza conoscenza. 3 Perché, ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria giustizia, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio; 4 poiché Cristo è il termine della legge, per la giustificazione di tutti coloro che credono.

5 Infatti Mosè descrive così la giustizia che viene dalla legge: «L’uomo che farà quelle cose vivrà per esse». 6 Invece la giustizia che viene dalla fede dice così: «Non dire in cuor tuo: “Chi salirà in cielo?” (questo è farne scendere Cristo), né: 7 “Chi scenderà nell’abisso?” (questo è far risalire Cristo dai morti)». 8 Che cosa dice invece? «La parola è vicino a te, nella tua bocca e nel tuo cuore». Questa è la parola della fede che noi annunciamo; 9 perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; 10 infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. 11 Difatti la Scrittura dice: «Chiunque crede in lui, non sarà deluso».

12 Poiché non c’è distinzione tra Giudeo e Greco, essendo egli lo stesso Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano. 13 Infatti chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato.

14 Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c’è chi lo annunci? 15 E come annunceranno se non sono mandati? Com’è scritto: «Quanto sono belli i piedi di quelli che annunciano buone notizie!»

16 Ma non tutti hanno ubbidito alla buona notizia; Isaia infatti dice: «Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione??»

17 Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.

18 Ma io dico: forse non hanno udito? Anzi, la loro voce è andata per tutta la terra e le loro parole fino agli estremi confini del mondo.

19 Allora dico: forse Israele non ha compreso? Mosè per primo dice: «Io vi renderò gelosi con una nazione che non è nazione; provocherò il vostro sdegno con una nazione senza intelligenza». 20 Isaia poi osa affermare: «Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano; mi sono manifestato a quelli che non chiedevano di me».

21 Ma riguardo a Israele afferma: «Tutto il giorno ho teso le mani verso un popolo disubbidiente e contestatore».

La volta scorsa abbiamo cominciato a trattare la tematica di Israele in relazione al Vangelo e abbiamo visto che il versetto cardine che ci ha guidati durante le riflessioni della volta scorsa sono stati

30 Che diremo dunque? Diremo che degli stranieri, i quali non ricercavano la giustizia, hanno conseguito la giustizia, però la giustizia che deriva dalla fede; 31 mentre Israele, che ricercava una legge di giustizia, non ha raggiunto questa legge. 32 Perché? Perché l’ha ricercata non per fede, ma per opere. Essi hanno urtato nella pietra d’inciampo, 

Paolo ha cominciato lo scorso capitolo dicendo: forse Dio ha fallito con Israele? Nel senso che Israele era il destinatario delle promesse di Dio, Israele era il popolo speciale che Dio aveva scelto fra le nazioni per portare avanti il suo piano di salvezza, il popolo eletto da cui è uscito il Messia, la luce del mondo. Ma il popolo di Dio ha rigettato il proprio Messia. Quindi Dio ha forse fallito?

No, perché abbiamo visto che la stragrande maggioranza del popolo d’Israele ha indurito il proprio cuore, e Dio ne ha fatto dei vasi per un uso ignobile, e l’uso ignobile è la crocifissione di Cristo, mentre ha fatto dei gentili e di un residuo di Israele dei vasi per un uso nobile, cioè proclamare il Vangelo, la buona notizia di Cristo crocifisso e risorto.

E quindi perché Israele non ha creduto? Perché, come abbiamo visto nei versetti da 30 a 32, Israele ha ricercato una giustizia attraverso le opere. E Paolo sviluppa questo discorso nel capitolo 10, e quindi vediamo una coerenza meravigliosa all’interno di Romani.

Infatti il capitolo 10 si apre con Paolo che esprime un desiderio nei confronti del proprio popolo nella carne, cioè che essi siano salvati, che questi vasi d’ira per un uso ignobile vengano trasformati in vasi per un uso nobile, destinati alla gloria. E quindi Paolo prega per la conversione di questo popolo a Cristo. E infatti nei primi versetti Paolo dice che questo popolo non si è sottomesso a Dio, ma si è ostinato a ricercare una giustizia attraverso le opere. Ma abbiamo visto anche che, come ci insegna Romani 7, la giustizia attraverso le opere è impossibile: noi abbiamo bisogno di credere in Gesù per essere giustificati e ottenere la giustizia perfetta di Cristo.

E al versetto 4 Paolo ci dice che Cristo è il termine della legge, cioè la legge deve condurre a Gesù, e che Cristo ha adempiuto quella legge al posto nostro.

Gesù è il compimento della legge, il punto di arrivo. La legge era stata data a Israele come un precettore, viene detto dalla Parola di Dio, come un insegnante che ti prende per mano e ti porta a Gesù, perché deve farti rendere conto che non puoi piacere a Dio se ti presenti con le tue opere assolutamente insufficienti davanti a lui. La legge deve far capire a Israele, ma deve far capire anche a noi, che le buone opere, o quello che di buono siamo in grado di fare nella nostra vita, non possono compensare quello che poi commettiamo di sbagliato.

Non si può andare davanti a un giudice e dire: “Sì, giudice, io ho investito quella persona con la macchina, ma aiuto sempre i più poveri, sono un impiegato modello, sono un cittadino perfettamente integrato nella società, amo i miei figli e mia moglie, ho sempre provveduto il pane per loro, ho un sacco di amici che mi stimano, aiuto in 5 onlus diverse, sono stato a Gaza ad aiutare i bambini colpiti dalle bombe, quindi adesso chiudiamo un occhio: ho investito quella persona, ma guardando tutto quello che ho fatto, lasciatemi andare.” Funziona così? Ovviamente no. Ed è la stessa cosa con le opere della legge davanti a Dio. Giacomo ci dice nella sua lettera:

Giacomo 2:10, Chiunque infatti osserva tutta la legge, ma la trasgredisce in un punto solo, si rende colpevole su tutti i punti.

Basta cadere una volta e si è giustamente condannati, e questo avviene anche nella nostra vita di tutti i giorni.

Chi vuole essere giustificato mediante la legge è obbligato a seguirla interamente (vs.5), e se fallisce su un punto solo fallisce su tutti i punti.

E chi vuole essere giustificato mediante la legge dice in cuor suo: “Chi salirà in cielo?” (v. 6), come posso io adempiere questa legge per guadagnarmi la presenza di Dio? Ma chi vive per fede dice invece che Cristo è salito al cielo al posto nostro per guadagnarci quel posto presso Dio. E chi vive pensando di essere giustificato mediante le proprie opere fa scendere Cristo non solo dal cielo, che è il posto che Cristo ci ha guadagnato, ma fa scendere Cristo dalla croce. A cosa ci serve il sacrificio di Cristo se con le opere possiamo ascendere al cielo? Quindi cercare una giustificazione mediante le opere vuol dire prendere Cristo sulla croce e farlo scendere.

Chi vuole essere giustificato mediante la legge si domanda: “Chi scenderà nell’abisso?” (v. 7), cioè: sono consapevole che forse posso finire nell’abisso, nel luogo del soggiorno dei morti, ma le mie opere verranno a salvarmi, le mie opere conquisteranno la morte e mi faranno risorgere, perché le mie opere mi giustificano presso Dio. Invece chi vive per fede dice: Cristo è morto, Cristo ha conquistato la morte, io merito di morire, ma Cristo nella sua risurrezione mi ha fatto risorgere con lui. Quindi la contrapposizione tra fede e opere che abbiamo visto nel corso del libro di Romani culmina in questo capitolo 10, in cui Paolo ci dice: o Cristo, o le opere.

Se vogliamo essere giustificati in base alle opere, allora vanifichiamo il sacrificio di Cristo, l’opera di Cristo sulla croce.

E il popolo di Israele, ci dice Paolo, si ostina a vivere facendo scendere Cristo dalla croce, facendo scendere Cristo dal cielo, rendendo vana la sua vittoria sul peccato e facendolo risalire dai morti rendendo vana la sua vittoria sulla morte.

E Paolo al versetto 8 riprende un passo dicendo che la fede è alla portata di tutti. La giustizia che viene dalla fede è vicino a te, la distanza che ti separa dal credere per fede è la più piccola possibile.

Che cosa dice invece? «La parola è vicino a te, nella tua bocca e nel tuo cuore».

E Paolo ci dice che per essere giustificati basta credere. E credere vuol dire affidarsi completamente alla persona di Gesù e alla sua opera. Credere che lui ha fatto ciò che tu non potrai mai fare, risorgere dai morti sconfiggendo la morte e ascendere al cielo come Signore e Dio sovrano, avendo pagato il prezzo del tuo peccato.

E Paolo ci dice che la fede è alla portata di tutti perché, versetto 12, non c’è distinzione fra giudeo e greco, e che il Signore è ricco verso tutti quelli che lo invocano. Infatti: “Chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato”, versetto 13. E l’opportunità di credere è stata data a tutti gli uomini. In Romani 9 abbiamo visto che Dio ha allargato il suo piano di salvezza da Israele ai gentili, in tutto il mondo. Ed è bello considerare il fatto che basta credere, non ci sono opere da presentare davanti a Dio, c’è solo confessare Cristo e riconoscere la sua opera perfetta.

Non abbiamo scuse. Tutti coloro che hanno sentito la Parola di Cristo, cioè il Vangelo proclamato, hanno la possibilità di credere, perché la fede viene dall’ascolto, versetto 17, e quello che è importante ascoltare è il Vangelo, la buona notizia di Cristo Gesù.

Quindi Israele non ha scuse. Lo avevamo già intuito dal capitolo 9, dove c’è scritto che Dio ha pazientemente sopportato i vasi d’ira che hanno ricercato la propria giustizia attraverso le opere. Nel capitolo 10 Paolo analizza le scuse che può avere il popolo e ci dice al versetto 18: forse non hanno udito il Vangelo per quello non hanno creduto? Paolo dice no, perché il Vangelo è stato sparso ovunque e tutto il popolo ha potuto ascoltare la testimonianza degli apostoli. La buona notizia del Regno è stata proclamata prima da Gesù stesso e poi dai suoi discepoli, a partire da Gerusalemme, in tutto il territorio d’Israele, poi questa notizia si è sparsa in tutto il mondo. Quindi è impossibile che Israele non abbia udito la buona notizia.

Allora Paolo dice: forse non hanno creduto perché non hanno capito il Vangelo? (versetto 19). Ma non è così, perché perfino i gentili, estranei all’Antico Testamento, estranei alla logica dei sacrifici, estranei ai profeti, hanno capito il semplice messaggio di Cristo e lo hanno accolto, credendo in lui ed essendo giustificati per fede. Infatti al versetto 20 c’è scritto che Isaia dice: “Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato a quelli che non chiedevano di me.”

E Paolo conclude questo capitolo in modo lapidario col versetto 21: “Ma riguardo a Israele, Dio dice: tutto il giorno ho teso le mani verso un popolo disubbidiente e contestatore.”

Questa è la sentenza finale. Davanti a questa frase non si può contestare più nulla. Il popolo d’Israele ha avuto tutte le occasioni per credere in Cristo Gesù: essendo i destinatari delle promesse di Dio, dell’Antico Testamento che anticipava il Messia, avendo dato vita al Messia, avendo visto Cristo con i propri occhi e sentendolo con le proprie orecchie, avendolo visto morire e risorgere. E nonostante il credere per fede fosse più vicino che mai, hanno preferito il vanto delle proprie opere morte invece che l’opera perfetta di Cristo Gesù.

Questo capitolo parla della fede contrapposta alle opere, e di come, se vogliamo essere giustificati attraverso le opere, attraverso le nostre buone azioni, attraverso quello che noi siamo in grado di fare davanti a Dio, allora vanifichiamo il sacrificio di Gesù, scadiamo dalla grazia, come dice Paolo ai Galati. Questo capitolo ci dice anche che noi non abbiamo scuse davanti a Dio. Se vogliamo perseverare in una vita lontani da Dio pensando che in qualche modo ci possiamo salvare da soli dal giudizio, la colpa è solo nostra, perché Dio ci ha dato tutte le possibilità per credere alla buona notizia di Cristo Gesù.

Ma è anche un capitolo che parla di un amore sconfinato da parte di Dio, che non vedendoci in grado di raggiungere il cielo, è venuto dal cielo per raggiungere noi. E non solo si è fermato alla terra, ma è andato fino nelle profondità del soggiorno dei morti, attraverso la morte sulla croce, per vincere il peccato e la morte al posto nostro. E non solo Gesù è morto al posto nostro, ma è risorto al posto nostro per conquistarci un posto eterno presso la presenza di Dio. Vedete come l’opera di Cristo è completa e perfetta? Gesù è l’unico che ha fatto il viaggio dalla gloria fino alle più oscure profondità del soggiorno dei morti per poi risalire fino alla presenza di Dio. Con le nostre misere opere possiamo competere con quello che ha fatto Gesù? Chi può andare davanti a Dio e dire che la propria vita è all’altezza di quello che Gesù ha fatto, della sua perfezione e della sua magnifica opera?

Dove uno può dire: “Signore, io ho fatto tante cose buone, mi sono attenuto il più possibile alla legge morale e alla legge di Dio”, Gesù dice: io ho perfettamente adempiuto la volontà del Padre mio. Dove uno può dire: “Signore, considera sufficienti le mie opere per trarmi fuori dal soggiorno dei morti e farmi vivere per sempre con te”, Gesù dice: io stesso ho sconfitto la morte e il peccato, io ho portato il sacrificio perfetto davanti al Padre per togliere i peccati dal mondo.

Quale nostra opera può competere con quella di Gesù?

Nel 1505 Lutero rimase sconvolto dalla morte improvvisa di un suo amico, ucciso in duello o fulminato proprio al suo fianco. Poco dopo, fu sorpreso da un violento temporale nei pressi di Erfurt e, preso dal terrore, cadde a terra gridando: «Aiutami, amata Santa Anna! Diventerò monaco». E così fece, nonostante l’amaro dolore e la rabbia di suo padre.

Nel monastero, Lutero «condusse una vita di rigoroso ascetismo. Con tutte le sue forze cercò di guadagnarsi la salvezza con le sue buone opere. Svolgeva con allegria i compiti più umili. Pregava, digiunava e si flagellava anche oltre le più severe regole monastiche. Si consumò fino a sembrare uno scheletro… Era oppresso da un terribile senso della sua totale peccaminosità e della sua condizione di perdizione, e questo lo gettava nella più profonda oscurità della disperazione. Per quanto ci provasse, gli sembrava di non aver mai fatto abbastanza per guadagnarsi la salvezza» (Kuiper, 162). 

A volte le sue sessioni di confessione con Staupitz, il suo confessore, duravano ore. Recitava i sette peccati capitali, i dieci comandamenti, tutto per ricordarsi ogni cosa da confessare. E dopo ore di confessione, tornava nella sua cella e si ricordava di qualcosa che aveva dimenticato. E ricominciava.

Nonostante tutto questo, non trovava mai pace con Dio. Scrisse in seguito: “Se qualcuno avesse potuto guadagnarsi il cielo come monaco, io sarei certamente stato tra quelli.” Eppure non bastava mai.

Poi un giorno, studiando la lettera ai Romani, arrivò al versetto 17 del capitolo 1: “la giustizia di Dio è rivelata dalla fede alla fede.” Lutero aveva sempre pensato che quella frase descrivesse la giustizia punitiva di Dio, il Dio che condanna i peccatori. Ma alla fine capì che descriveva invece la giustizia che Dio dona gratuitamente in Cristo a chi crede in lui. “Notte e giorno meditai finché non vidi la connessione tra la giustizia di Dio e l’affermazione ‘il giusto vivrà per fede.’ Allora capii che la giustizia di Dio è quella giustizia mediante la quale Dio, per grazia e pura misericordia, ci giustifica attraverso la fede. A quel punto mi sentii rinato e come entrato attraverso porte aperte nel paradiso.”

Quale nostra opera può competere con quella di Gesù?

Questa domanda dovrebbe essere una linea guida, un faro per la nostra vita. Anche da credente continuo a pensare come fare a guadagnarmi il favore di Dio con le mie opere? Se penso così, non rischio di vanificare l’opera di Cristo?

C’è qualcosa che io posso fare per farmi amare di più da Dio, per farmi gradire di più da Dio, quando Gesù ha perfettamente guadagnato il favore di Dio per noi? Siamo nel riposo di Dio, nel riposo dell’opera di Gesù. Noi non dobbiamo essere tirati fuori dal soggiorno dei morti dalle nostre opere o dai nostri meriti, ci ha pensato Gesù, e non dobbiamo andare in cielo perché in questa vita ci siamo sforzati come matti, ci ha pensato Gesù. In questo senso ci stiamo riposando, o sentiamo che dobbiamo aggiungere qualcosa a quello che Gesù ha fatto?

Personalmente è una sfida capire quando quello che faccio scaturisce dalla fede o dalla mia voglia di avere qualche merito davanti a Dio. Quello che faccio lo faccio perché sto riposando nell’opera di Cristo, e la mia fede produce le opere, oppure sono io che voglio portare avanti i miei meriti e accattivarmi in qualche modo il favore di Dio?

Non è passività. Non è dire “tanto Gesù ha fatto tutto, quindi faccio quello che voglio.” Il riposo di Cristo è più simile a un figlio che lavora nell’azienda del padre, non lavora per guadagnarsi l’amore del padre, non lavora per dimostrare di meritare il suo cognome o un posto alla sua tavola. Lavora perché è già figlio, perché l’amore del padre è già suo, e quella certezza lo libera a dare il meglio. Giovanni lo dice: noi amiamo perché lui ci ha amati per primo.

Le opere che scaturiscono dalla fede in Gesù diventano la risposta naturale di chi è stato amato per primo.

Quindi la domanda non è “sto facendo abbastanza?” La domanda giusta è: “Sto credendo abbastanza in quello che Cristo ha già fatto?”

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