Faccio un piccolo riassunto di quello che ci siamo detti con Romani 9 e 10, per poi avere una comprensione un po’ più chiara di quello che significa Romani 11.
In realtà questo riassunto parte un po’ più da lontano e parte dalla fine del capitolo 8, nel quale i credenti vengono rassicurati delle promesse che abbiamo in Cristo, della giustificazione, delle benedizioni, dell’amore di Dio, e che queste cose non si allontaneranno mai da chi è in Cristo (“chi ci separerà dall’amore di Dio?”). Ed è per questo che Paolo comincia, al capitolo 9, a parlare di Israele: perché sì, abbiamo questa sicurezza, questa rassicurazione che siamo in Cristo, che queste cose non ci verranno tolte, che nessuno ci separerà dall’amore di Dio, ma anche Israele non era nella stessa condizione? Anche a Israele non erano state fatte le promesse di Dio? La parola di Dio è forse caduta?
Perché non tutto Israele si è convertito? Ha sbagliato Dio o il popolo d’Israele?
(Romani 9) Dio ha scelto Israele fra le nazioni del mondo affinché Israele fosse una benedizione per i gentili. E quando si è trattato di credere in Gesù, il messia promesso, Israele ha indurito il proprio cuore, e Dio a sua volta ha indurito Israele come forma di giudizio, e ha continuato a usare Israele per portare avanti lo scopo della croce. Ha usato la ribellione di Israele affinché Cristo affrontasse la croce.
E quindi, dopo il rifiuto del Messia, la salvezza si è estesa ai gentili, al popolo che non era suo popolo.
E perché Israele non ha voluto riconoscere Gesù come Messia? Perché ha preferito le proprie opere alla fede in Gesù. Infatti, alla fine di Romani 9, ci dice che i gentili hanno ottenuto la giustizia di Dio per la fede in Cristo, mentre Israele è inciampato. E quindi Romani 10 ci parla del fatto che Israele ha continuato a cercare la giustizia per la via della legge invece di riconoscere che Cristo ne era la meta. Capiamo anche che non è sufficiente appartenere al popolo d’Israele per essere salvati. Il brano prosegue dicendoci che Israele non ha scuse, come noi non abbiamo scuse se non crediamo in Gesù. Infatti Israele ha sentito il messaggio del Vangelo, l’ha compreso, ma l’ha rifiutato.
Romani 11
Dio non ha rinnegato il suo popolo
1 Dico dunque: Dio ha forse ripudiato il suo popolo? No di certo! Perché anch’io sono israelita, della discendenza di Abraamo, della tribù di Beniamino. 2 Dio non ha ripudiato il suo popolo, che ha preconosciuto. Non sapete ciò che la Scrittura dice a proposito di Elia? Come si rivolse a Dio contro Israele, dicendo: 3 «Signore, hanno ucciso i tuoi profeti, hanno demolito i tuoi altari, io sono rimasto solo e cercano la mia vita»? 4 Ma che cosa gli rispose la voce divina? «Mi sono riservato settemila uomini che non hanno piegato il ginocchio davanti a Baal». 5 Così, anche al presente, c’è un residuo eletto per grazia. 6 Ma se è per grazia, non è più per opere; altrimenti, la grazia non è più grazia.
7 Che dunque? Quello che Israele cerca, non lo ha ottenuto; mentre lo hanno ottenuto gli eletti; e gli altri sono stati induriti, 8 com’è scritto: «Dio ha dato loro uno spirito di torpore, occhi per non vedere e orecchie per non udire, fino a questo giorno».
9 E Davide dice: «La loro mensa sia per loro una trappola, una rete, un inciampo e una retribuzione. 10 Siano gli occhi loro oscurati perché non vedano e rendi curva la loro schiena per sempre».
Avvertimento rivolto ai credenti straniei
11 Ora io dico: sono forse inciampati perché cadessero? No di certo! Ma a causa della loro caduta la salvezza è giunta agli stranieri per provocare la loro gelosia. 12 Ora, se la loro caduta è una ricchezza per il mondo e la loro diminuzione è una ricchezza per gli stranieri, quanto più lo sarà la loro piena partecipazione! 13 Parlo a voi, stranieri; in quanto sono apostolo degli stranieri, faccio onore al mio ministero, 14 sperando in qualche maniera di provocare la gelosia di quelli del mio sangue, e di salvarne alcuni. 15 Infatti, se il loro ripudio è stato la riconciliazione del mondo, che sarà la loro riammissione, se non un rivivere dai morti?
16 Se la primizia è santa, anche la massa è santa; se la radice è santa, anche i rami sono santi. 17 Se alcuni rami sono stati troncati, mentre tu, che sei olivo selvatico, sei stato innestato al loro posto e sei diventato partecipe della radice e della linfa dell’olivo, 18 non insuperbirti contro i rami; ma se ti insuperbisci, sappi che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te. 19 Allora tu dirai: «Sono stati troncati i rami perché fossi innestato io». 20 Bene: essi sono stati troncati per la loro incredulità e tu rimani stabile per la fede; non insuperbirti, ma temi. 21 Perché se Dio non ha risparmiato i rami naturali, non risparmierà neppure te. 22 Considera dunque la bontà e la severità di Dio: la severità verso quelli che sono caduti; ma verso di te la bontà di Dio, purché tu perseveri nella sua bontà; altrimenti, anche tu sarai reciso. 23 Allo stesso modo anche quelli, se non perseverano nella loro incredulità, saranno innestati; perché Dio ha la potenza di innestarli di nuovo. 24 Infatti, se tu sei stato tagliato dall’olivo selvatico per natura e sei stato contro natura innestato nell’olivo domestico, quanto più essi, che sono i rami naturali, saranno innestati nel loro proprio olivo.
La salvezza futura d’Israele
25 Infatti, fratelli, non voglio che ignoriate questo mistero, affinché non siate presuntuosi: un indurimento si è prodotto in una parte d’Israele, finché non sia entrata la totalità degli stranieri; 26 e tutto Israele sarà salvato, così come è scritto: «Il liberatore verrà da Sion. 27 Egli allontanerà da Giacobbe l’empietà; e questo sarà il mio patto con loro, quando toglierò via i loro peccati».
28 Per quanto concerne il vangelo, essi sono nemici per causa vostra; ma per quanto concerne l’elezione, sono amati a causa dei loro padri, 29 perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili. 30 Come in passato voi siete stati disubbidienti a Dio, e ora avete ottenuto misericordia per la loro disubbidienza, 31 così anch’essi sono stati ora disubbidienti, affinché, per la misericordia a voi usata, ottengano anch’essi misericordia. 32 Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disubbidienza per far misericordia a tutti.
33 Oh, profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto inscrutabili sono i suoi giudizi e ininvestigabili le sue vie! 34 Infatti «chi ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi è stato suo consigliere?»
35 «O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì da riceverne il contraccambio?»
36 Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen.
Oggi parliamo di un mistero che finalmente ci viene svelato in Cristo Gesù, ed è il mistero su cui si poggia tutto il discorso di Paolo in Romani 11: e cioè che, grazie all’indurimento del cuore di una parte di Israele, i gentili hanno la possibilità di far parte del popolo eletto di Dio in Cristo Gesù. E quando questa conversione dei gentili raggiungerà il suo culmine, allora chi appartiene al popolo di Israele si convertirà a Cristo.
A questo punto penso siano necessarie delle premesse, e cioè che quando Paolo parla del popolo d’Israele sta parlando dei discendenti di sangue di Abramo, sta parlando dell’aspetto etnico, e il brano di Romani 11 ha senso solo in quest’ottica. E ci sono diverse visioni riguardo all’interpretazione di Romani 11: e cioè che quando Paolo parla di Israele in realtà intenda la chiesa. Ma se leggete con attenzione, questo capitolo si incastra molto male, perché ci sono delle forti distinzioni tra i gentili che hanno creduto in Gesù e Israele. Alcuni invece pensano che questo riguardi l’Israele politico, cioè lo Stato di Israele fondato nel 1948. Se vogliamo capire bene quello che Paolo ci sta dicendo in Romani 9, 10 e 11, dobbiamo pensare che stia parlando di Israele etnico, ossia i discendenti di Giacobbe, sia che vivano nello Stato d’Israele, sia che vivano all’estero.
Inoltre, Romani 9 e 10 e 11 si possono capire bene solo se ragioniamo in modo corporativo, cioè consideriamo Israele come popolo e i credenti come popolo il residuo come una categoria. E attraverso queste categorie vi si entra e se ne esce individualmente per fede o incredulità.
L’altra premessa, che forse sembrerà scontata ma è bene ricordare, è che il piano di salvezza che Dio ha in mente e vuole per l’umanità deve passare per forza attraverso Cristo: se non si è in Cristo, non si è salvati. Ed è solo in Cristo che Dio dei due popoli ne ha fatto uno solo: cioè dei gentili e dei giudei che hanno creduto in lui. Quindi il popolo di Dio, quello che godrà l’eternità con Dio, è quello che si trova in Cristo Gesù, ed è sostanzialmente la chiesa. È solo in Cristo che abbiamo il compimento delle promesse di Dio, e chi è in Cristo può godere di queste promesse.
Quindi Paolo, dopo Romani 9 e 10, chiede: Dio ha ripudiato il suo popolo? No (versetto uno), perché Paolo è una testimonianza vivente del fatto che Dio è fedele e continua a essere fedele alle sue promesse; perché all’interno del popolo d’Israele c’è ancora qualcuno che si converte, c’è ancora qualcuno che ha fede in Cristo e non fa affidamento sulle proprie opere. All’interno di Israele c’è un residuo eletto per grazia e non per opere. Cioè una categoria di persone che fa parte del popolo scelto da Dio in Cristo Gesù, cioè che ha creduto al Vangelo e non si è poggiata sulle proprie opere.
Mentre il resto del popolo è stato indurito.
E Paolo, al versetto 11, chiede: quindi la caduta di Israele è irrimediabile? Israele, inciampando nella pietra angolare che è Cristo Gesù (Romani 9:32), è anche caduto irrimediabilmente? E Paolo dice: no, per gran parte del popolo d’Israele c’è ancora speranza.
Dio ha convertito la malvagità dell’uomo in una benedizione. L’inciampo di Israele è stato una ricchezza per il mondo, in particolare per gli stranieri. Il rifiuto del messia da parte del popolo è stato usato da Dio per la salvezza di tutti coloro che credono in Cristo Gesù, anche i gentili. E quindi Paolo ci dice: se questo inciampare, se questo errore madornale che sta continuando a fare il popolo d’Israele ancora oggi, nel rifiutare il Vangelo, è una ricchezza per il mondo e permette l’avanzamento del Regno di Dio, allora cosa succederà quando la gran parte del popolo di Israele si convertirà? Sarà una benedizione ancora più grande!
Provate a immaginare quello che succederebbe se la maggior parte del popolo d’Israele credesse in Cristo Gesù e condividesse con noi credenti gentili tutta la ricchezza del suo retaggio e la sua storia. Il suo modo di vedere la Torah, il suo modo di vedere i profeti, il suo modo di vedere i Vangeli, tutto alla luce di Cristo.
Un popolo intero che unito evangelizza e glorifica Gesù nel mondo.
Con un Israele convertito ci sembrerà di vedere una risurrezione dai morti (vs 15).
E Paolo usa un’immagine bellissima per spiegarci la caduta di Israele e sua riammissione e ristabilimento: cioè quella di un olivo bello, rigoglioso, antico, con radici profonde. E ci racconta che da questo olivo sono stati tagliati alcuni rami, e questi rami rappresentano coloro, del popolo d’Israele, che non hanno creduto in Gesù. E questi rami non sono più partecipi della radice dell’albero, non sono più partecipi della sua linfa, perché hanno rigettato quella radice, hanno rigettato quella linfa, e sono stati quindi troncati da Dio. Ma Dio ha preso altri rami, rami che non c’entrano niente con l’olivo di cui stiamo parlando: ha preso dei rami di un olivo selvatico e ha praticato l’innesto. Ossia ha inserito questi rami nell’albero, estranei alla radice, estranei all’albero, estranei alla linfa, affinché questi rami potessero attaccarsi a quest’albero e ricevere la linfa dell’albero per crescere e per portare frutto. Ebbene, questi rami selvatici sono gli stranieri, siamo noi. E di cosa sono partecipi, quindi, questi rami selvatici che sono stati attaccati all’olivo?
Sono partecipi della radice dell’albero, cioè della radice di Israele, sono partecipi delle promesse ai patriarchi. E Paolo fa un discorso bellissimo qui, perché in Romani 9 ripercorre la storia di Israele fin dagli albori, fin dalle sue radici: infatti parla di Abramo, parla di Isacco, parla di Giacobbe, parla dei patriarchi.
Quindi noi stranieri, contro natura, siamo stati inseriti nell’albero per beneficiare delle radici e della sua linfa, per beneficiare della storia del popolo d’Israele nella carne, delle promesse di Dio e del piano di salvezza.
“non insuperbirti contro i rami… non ti inorgoglire, ma temi; perché se Dio non ha risparmiato i rami naturali, non risparmierà neppure te… altrimenti anche tu sarai reciso” (11:18-22)
Dio mette in guardia i gentili affinché non si insuperbiscano. Non pensiate che è perché siete gentili ora avete accesso all’albero in virtù del fatto che siete gentili. Tutti rimangono sull’albero per fede e tutti sono recisi per incredulità.
E qui arriviamo al punto fondamentale, cioè che Dio è così buono e così misericordioso che non solo ha innestato noi stranieri nel suo piano di salvezza ma reinnesterà quei rami del capitolo 9.
Cioè l’indurimento della maggior parte del popolo d’Israele non durerà per sempre, ma arriverà un momento in cui un gran numero di israeliti riconoscerà Cristo.
E come c’è scritto nel versetto 28, gran parte del popolo d’Israele è nemico di Dio a causa della resistenza al Vangelo; ma Paolo ci dice che, a causa di quella radice dei loro padri, loro sono ancora amati da Dio. Dio non li ha rigettati per sempre rivolgendosi solo ai gentili.
Arriverà un giorno in cui gran parte del popolo d’Israele crederà in Cristo e l’elezione patriarcale è la ragione per cui Dio riporta Israele a sé. Non sappiamo quando, ma succederà. Ma Paolo ci dà un indizio sul come: attraverso la gelosia (v11). Gelosia vuol dire riappropriarti di ciò che era tuo. Il popolo un giorno sentirà di voler riappropriarsi di del rapporto con Dio.
E quando Paolo parla della totalità degli stranieri (v. 25) e di tutto Israele che sarà salvato (v. 26), non sta facendo un conteggio matematico, individuo per individuo. Come vi dicevo, parla di popoli, di categorie: «tutto Israele» è un’espressione che l’Antico Testamento usa per la totalità corporativa, non per l’aritmetica di ogni singolo abitante. Quindi c’è questo mistero svelato secondo il quale la gran parte del popolo crederà.
E Paolo, alla fine del capitolo, esulta, perché vede il piano di Dio nella sua totalità e vede come Dio è riuscito a salvare sia gli stranieri sia il popolo d’Israele dai propri peccati attraverso Cristo; e come Dio abbia avuto pazienza sia con gli stranieri, i pagani, gli idolatri (e ha pensato a loro, ha pensato a noi), ma ha avuto pazienza, e ha tuttora pazienza, con un popolo dal collo duro e contestatore, che un giorno si convertirà a Cristo.
E Paolo ci dice: chi ha spiegato queste cose a Dio? Chi è andato da Dio a dirgli: «Guarda, io ho un piano di salvezza per tutti, facciamo in modo che la salvezza si estenda a tutti, giudei e gentili»? Chi ha fatto il primo passo verso Dio, perché Dio si convincesse di estendere il suo piano di salvezza a tutti? Dio è stato il primo, unico e solo a pensare di fare misericordia a tutti, dall’eternità.
Come facciamo a non fidarci di un Dio così? Che, nelle cose che veramente contano, nelle cose che veramente ci servono, nelle cose che veramente ci fanno bene, nella salvezza che era necessaria per non finire all’inferno, Dio è stato l’unico a pensarci, a escogitare un piano con il fine ultimo di estendere questa salvezza a tutti.
E questo brano ci dice anche che nulla è perduto irrimediabilmente nella nostra vita. Se Dio ha il potere di innestare di nuovo Israele, che ha rifiutato il messia, tanto più, per noi che siamo figli di Dio, Dio ha il potere di sanare le aree della nostra vita nelle quali la battaglia ha portato una totale sconfitta. Dio ha il potere di innestare nella tua vita ciò che era perduto e ciò che sembra irrimediabilmente perduto, ha il potere di far arrivare di nuovo la sua linfa vitale nei rami morti della tua vita. La Bibbia ci insegna a sperare in Dio, perché egli è il Dio che fa le cose contro speranza umana.

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