Sovrano nell’esigere il Sacrifico- Genesi 22

Siamo molto bravi a cantare delle canzoni con delle affermazioni coraggiose e radicali al Signore. “Il mondo lascio, la croce afferro” è una delle canzoni che più ci piace. Forse non tutti sanno che le parole di questa canzone sono le parole dette da un neo credente indiano, mentre il resto del villaggio stava uccidendo prima i figli, poi la moglie ed infine l’uomo stesso.

Di fronte alla possibilità di rinunciare al Vangelo e avere in cambio la vita dei figli, della moglie e la sua, l’uomo ha preferito aggrapparsi per fede alle promesse di Dio e morire. Noi cosa saremmo disposti a sacrificare per Cristo? Se Dio è sempre sovrano, accettiamo che sia sovrano anche nelle cose che ci chiede di sacrificare?

 

 

La volta scorsa abbiamo continuato a studiare la figura di Abramo e siamo arrivati, dopo una lunghissima attesa, alla nascita di Isacco, 25 anni dopo la prima chiamata da parte del Signore.

Ma finalmente il bambino promesso è arrivato, e abbiamo detto che allo stesso modo è arrivato Gesù, il Figlio di cui avevamo bisogno.

Cosa ha dovuto fare in tutti questi anni di attesa Abramo? Aspettare e credere per fede. E nel testo di oggi vediamo l’apice di questa cosa.

Abramo ha già dovuto rinunciare a tutto quello che aveva, ora il Signore lo chiama a rinunciare anche al suo futuro e alla sua discendenza. 

Genesi 22:1 Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abraamo e gli disse: «Abraamo!» Egli rispose: «Eccomi». 2 E Dio disse: «Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e va’ nel paese di Moria, e offrilo là in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò».

3 Abraamo si alzò la mattina di buon’ora, sellò il suo asino, prese con sé due suoi servi e suo figlio Isacco, spaccò della legna per l’olocausto, poi partì verso il luogo che Dio gli aveva indicato.

4 Il terzo giorno Abraamo alzò gli occhi e vide da lontano il luogo. 5 Allora Abraamo disse ai suoi servi: «Rimanete qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin là e adoreremo; poi torneremo da voi». 6 Abraamo prese la legna per l’olocausto e la mise addosso a Isacco suo figlio, prese in mano il fuoco e il coltello, poi proseguirono tutti e due insieme.

7 Isacco parlò ad Abraamo suo padre e disse: «Padre mio!» Abraamo rispose: «Eccomi qui, figlio mio». E Isacco: «Ecco il fuoco e la legna; ma dov’è l’agnello per l’olocausto?» 8 Abraamo rispose: «Figlio mio, Dio stesso si provvederà l’agnello per l’olocausto». E proseguirono tutti e due insieme.

9 Giunsero al luogo che Dio gli aveva detto. Abraamo costruì l’altare e vi accomodò la legna; legò Isacco suo figlio e lo mise sull’altare, sopra la legna. 10 Abraamo stese la mano e prese il coltello per scannare suo figlio. 11 Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e disse: «Abraamo, Abraamo!» Egli rispose: «Eccomi».

12 E l’angelo: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli male! Ora so che tu temi Dio, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l’unico tuo».

13 Abraamo alzò gli occhi, guardò, ed ecco dietro a sé un montone, impigliato per le corna in un cespuglio. Abraamo andò, prese il montone e l’offerse in olocausto invece di suo figlio. 14 Abraamo chiamò quel luogo «Iavè-Irè[a]». Per questo si dice oggi: «Al monte del Signore sarà provveduto».

15 L’angelo del Signore chiamò dal cielo Abraamo una seconda volta e disse: 16 «Io giuro per me stesso», dice il Signore, «che, siccome tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, l’unico tuo, 17 io ti colmerò di benedizioni e moltiplicherò la tua discendenza[b] come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; e la tua discendenza s’impadronirà delle città dei suoi nemici.

18 Tutte le nazioni della terra saranno benedette nella tua discendenza[c], perché tu hai ubbidito alla mia voce».

Il testo è chiaramente un’anticipazione della morte di Cristo, e ci arriveremo.

Ma è anche, e forse soprattutto, una prova per Abramo, una prova finale di fede. E vediamo che dopo tanti anni, dopo tanti anni percorso con il Signore, dopo tanti anni in cui la fede è stata allenata, la fede di Abramo è diventata esemplare.

Abramo per fede aveva abbandonato tutto, e questo gli è stato messo in conto come giustizia (15:6). Ma la fede di Abramo era anche venuta tante volte meno.

Tante volte Abramo aveva dubitato, aveva fatto di testa sua, aveva combinato casini. Eppure Abramo aveva continuato a credere per fede. Come un muscolo che viene regolarmente allenato, la fede di Abramo era cresciuta.

è vero che non è la grandezza della nostra fede a fare la differenza, ma l’oggetto della nostra fede. Ma è anche vero che non possiamo pensare di crescere nel nostro rapporto con Dio, non possiamo pensare di poter beneficiare delle benedizioni spirituali più profonde del Signore se la nostra fede in Dio non occupa una parte predominante della nostra vita.

Non si arriva a Genesi 22, senza gli anni di lotta nella fede descritti nei 10 capitoli precedenti. Ma guardate ora che uomo è Abramo.

Dopo la nascita di Isacco, pochi anni dopo aver ricevuto quello che il suo cuore più desiderava, il Signore decide di mettere alla prova Abramo:

 «Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e va’ nel paese di Moria, e offrilo là in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò».

Pensate che Abramo abbia superato o no il test? Io penso l’abbia superato a pieni voti, 110/110 con bacio accademico!

Basta guardare a come inizia il versetto 3: Abramo si alza presto la mattina, senza ripensamenti, e prepara tutto quello che serve per il sacrificio di suo figlio!

In mezzo alla prova Abramo è sicuro che il Signore provvederà (v.8) e continua ad andare avanti per fede, fino a porre il suo unico, unigenito, amato figlio, impersonificazione di tutte le promesse, sull’altare per ucciderlo. Qui viene fermato dall’angelo del Signore, che sembra essere Gesù stesso, che si manifesta ad Abramo e che gli conferma che ha effettivamente passato a pieni voti il test:

Ora so che tu temi Dio, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l’unico tuo». (12)

E ancora:
16 «Io giuro per me stesso», dice il Signore, «che, siccome tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, l’unico tuo, 17 io ti colmerò di benedizioni e moltiplicherò la tua discendenza

Il capitolo 22 di Genesi ci porta a soffermarci sulla fede di Abramo e come vivere per fede possa portare ad una dipendenza totale dal Signore, al di là di quello che possiamo vedere o capire, al di là di quello che è razionale.

Ebrei 11:17 Per fede Abraamo, quando fu messo alla prova, offrì Isacco; egli, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito. 18 Eppure Dio gli aveva detto: «È in Isacco che ti sarà data una discendenza[f]». 19 Abraamo era persuaso che Dio è potente da risuscitare anche i morti; e riebbe Isacco come per una specie di risurrezione.

Abramo è chiamato a sacrificare il suo unico figlio. Per Abramo l’arrivo di Isacco non significava solo aver ricevuto un figlio inaspettato, ma anche la realizzazione delle promesse del Signore, promesse di ricevere una discendenza, un popolo, una terra.

Cosa non sei disposto a sacrificare per il Signore? Il lavoro? Una relazione? Un peccato? La soluzione non è tanto fare qualcosa meccanicamente, quanto piuttosto continuare a crescere nella fede al punto da arrivare ad un punto nel quale siamo pronti a sacrificare tutto per il Signore. La soluzione è ammirare il monte del Golgota e vedere che quello che Abramo ha iniziato, Dio lo ha portato a compimento, che quello che Dio non ha fatto fare ad Abramo Dio lo ha fatto, sacrificando il suo unico, amato Figlio. È contemplando quel sacrificio, che per fede impariamo a sacrificare qualsiasi cosa il Dio sovrano richieda.

 Genesi 22 è un’anticipazione di un sacrificio che avrà luogo migliaia di anni dopo. In Genesi 22 sembra tutto pronto per il sacrificio del figlio promesso, fino a quando l’angelo del Signore, che, ripeto, sembra essere il Signore Gesù stesso, interviene per bloccare il sacrificio e provvedere un sostituto animale.

Il monte Moria è il monte sul quale verrà costruito il tempio di Gerusalemme. è il luogo dove per anni si offriranno dei sacrifici. e Gerusalemme è la città nel quale il Figlio promesso, Gesù Cristo, verrà sacrificato.

In questi giorni di natale ricordiamo che Gesù è venuto sulla terra. è un miracolo straordinario, che il Figlio eterno di Dio, onnipotente e onnipresente, abbia preso forma umana, abbia preso la forma di servo, sia diventato simile agli uomini.

Ma la “magia” del Natale non si limita alla sua venuta e alla sua nascita. La venuta di Cristo è intrinsecamente legata alla sua missione, al suo scopo.

Quando ti emozioni perchè la tua squadra del cuore ha acquistato un giocatore fortissimo, non ti emozioni solo perchè è venuto, ti emozioni per quello che è venuto a fare, ovvero segnare tanti gol e portare la “tua” squadra alla vittoria.

Quanto di più questa cosa è vera per Gesù. Non si può scindere, separare la venuta di Cristo da quello che Cristo è venuto a fare. E cosa è venuto a fare Gesù? è venuto a portare salvezza all’essere umano attraverso la sua nascita, vita, morte e resurrezione.

John Donne è stato un poeta e scrittore del 17esimo secolo, magari qualcuno lo ha anche studiato all’università. Nel 1626 nel suo sermone natalizio Donne scrive: “L’intera vita di Cristo fu una continua passione; alcuni muoiono martiri, ma Cristo nacque martire. Trovò un Golgota, dove fu crocifisso, anche a Betlemme, dove nacque; perché per la sua tenerezza allora le pagliuzze erano quasi altrettanto taglienti delle spine dopo, e la mangiatoia tanto scomoda all’inizio quanto la croce alla fine. La sua nascita e la sua morte non furono che un unico atto continuo, e il suo giorno di Natale e il suo Venerdì Santo non sono che la sera e il mattino dello stesso giorno .Dalla mangiatoia alla croce c’è una linea inscindibile. Il Natale è solo un’anticipazione del Venerdì Santo e della Pasqua. Non può avere alcun significato all’infuori di questo, in cui il Figlio di Dio ha mostrato la sua gloria con la sua morte “

Cosa siamo disposti a sacrificare? Penso che se riflettiamo sul senso del natale, sullo scopo del natale, saremo portati ad essere pronti a sacrificare tutto per colui che ha sacrificato tutto per noi.

Non c’è cosa più dolce, più preziosa di Gesù e del sacrificio totale che lui ha compiuto per noi. Lui è il vero Figlio Promesso, il vero Isacco. Guardate le similitudini tra Isacco e Gesù. Isacco, al versetto 2, viene descritto come “il tuo unico, colui che ami.” Gesù è il Figlio diletto di Dio, colui in cui Dio si è compiaciuto ed ha amato. Il suo unico figlio, che viene inchiodato su una croce.

Guardate come, al versetto 9, Isacco sia mite e sottomesso alla volontà del suo padre terreno, come si lascia legare sull’altare, proprio come Gesù, come un agnello condotto al macello, non aprì bocca, quando venne legato al legno.

E guardate anche le differenze. Dio impedisce che Isacco venga sacrificato, ma non ferma i soldati romani nel momento in cui inchiodano il suo Figlio sul legno. Isacco viene sostituito da un montone che era impigliato in un cespuglio, mentre Gesù non viene sositutito da nessuno, nessuno prende il posto di Cristo anzi egli è “l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!” (Giovanni 1:29).

La differenza tra Isacco e Gesù sta nella morte atroce e gloriosa di Cristo. La conseguenza di questa morte è straordinaria, e porta a compimento tutte le promesse fatte ad Abramo.

In Apocalisse 5 abbiamo questa gloriosa visione di un libro con dei sigilli. è un libro importante, ma nessuno sembra essere degno e potente abbastanza per aprirlo. Per questo motivo Giovanni, l’autore dell’apocalisse, piange amaramente.

Apocalisse 5:5 Ma uno degli anziani mi disse: «Non piangere; ecco, il leone della tribù di Giuda, la radice di Davide, ha vinto per aprire il libro e i suoi sette sigilli». 6 Poi vidi, in mezzo al trono e alle quattro creature viventi e in mezzo agli anziani, un Agnello in piedi, come immolato, e aveva sette corna e sette occhi, che sono i {sette} spiriti di Dio, mandati per tutta la terra. 7 Egli venne e prese il libro dalla destra di colui che sedeva sul trono.

E cosa ha acquistato per sè l’Agnello immolato? Una discendenza, proprio come promesso dall’angelo ad Abramo dopo la prova finale:

5:9 Essi cantavano un cantico nuovo, dicendo: «Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai acquistato a Dio, con il tuo sangue, gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, 10 e ne hai fatto per il nostro Dio un regno e dei sacerdoti; e regneranno sulla terra».

Gesù è il Figlio Promesso venuto per morire, in modo da cancellare i nostri peccati, in modo da liberarci, in modo da essere il nostro esempio perfetto ma anche il nostro rappresentante perfetto. Lui ha sacrificato tutto, dal Natale alla Pasqua, in modo che tu potessi entrare nella sua famiglia. Siamo disposti a sacrificare tutto per lui?

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